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PROBLEMI APERTI RIGUARDO ALL'INTEGRAZIONE DEGLI ALUNNI PORTATORI DI DEFICIT


di Giovanna Mazzoni

L’inserimento dei portatori di deficit nelle scuole della Repubblica ha indubbiamente contribuito ad avviare un cambiamento di pensiero all’interno della mentalità comune nei confronti del deficit ed una maggior accettazione di chi questo deficit vive in prima persona.
In particolare l’abolizione delle classi differenziali e l’inserimento nelle classi dei cosiddetti normodotati, sottende l’idea che i portatori di deficit hanno pari dignità degli altri e possono quindi, nell’integrazione con tutti i ragazzi, non solo ricevere maggiori stimoli e opportunità di crescita, ma anche offrirli. (La frase di S. Paolo “A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune” 1° Corinzi, 12,7 vale anche per loro).

Tuttavia, in una società come la nostra, che è sempre più una società dell’immagine e della efficienza, questi ragazzi rischiano nuove emarginazioni.
Dopo essere stati inseriti nelle classi, non sempre viene dato loro un adeguato sostegno che ne faciliti l’integrazione reciproca e la valorizzazione delle loro diversità.
I tagli alla spesa pubblica hanno visto ultimamente una progressiva riduzione di personale scolastico in particolare in questo settore, sia da parte dello stato (insegnanti di sostegno) che del Comune (operatori per disabili). Il Ministro Moratti annuncia nuovi tagli proprio tra gli insegnanti d’appoggio (a suo dire spesso nullafacenti), il Comune questi tagli già li effettua ogni anno in maniera progressiva.
Il problema non è tanto il fatto che il Comune appalti o meno completamente il servizio assistenziale a cooperative, quanto che tale servizio venga sottostimato (si richiede cioè un appalto per un numero di ore largamente inferiore al bisogno).
Soprattutto quando il deficit dei ragazzi non è solo di tipo fisico e supera una certa gravità, diventa difficile realizzare l’integrazione se non ci sono le suddette figure di supporto, si privano così tanto i portatori di deficit che la classe di quelle ricchezze che l’integrazione reciproca può offrire.
I cristiani sanno favorire e sostenere l’integrazione dei portatori di deficit nella scuola (e aggiungerei anche nella vita civile ed ecclesiale) oppure, anche laddove c’è attenzione nei loro confronti, non si tende a tenerli comunque separati?

Per quanto riguarda gli insegnanti di sostegno e gli operatori un altro problema investe formazione: vengono proposti, è vero, corsi di aggiornamento informativi, ma mancano gruppi di confronto, coordinati da supervisori, che diano sostegno agli operatori stessi attraverso la rielaborazione dei vissuti e delle esperienze.

Per quanto concerne invece i genitori dei disabili, essi vivono generalmente questa situazione in grande solitudine. Da qualche anno tuttavia il Comune si è fatto promotore di gruppi auto-aiuto che favoriscono il confronto e lo scambio tra i partecipanti: essi andrebbero forse potenziati e pubblicizzati maggiormente, affinché fossero più conosciuti; spesso infatti questi genitori sono piuttosto restii a parlare con altri dei loro problemi, perché faticano ad accettarli. Oltre tutto si trovano spesso a dover “combattere” e bussare a mille porte, semplicemente per veder riconosciute cose che spetterebbero loro di diritto.
E ancora: la situazione dei ragazzi disabili spesso non è vista all’interno di una situazione educativa globale: i loro problemi (anche educativi) sembrano essere problemi a parte. In una scuola competitiva non c’è spazio per loro, perché su questo piano essi sono perdenti; sono altri i valori su cui bisogna puntare perché essi abbiano qualcosa da dire.
Gli altri genitori, quelli dei cosiddetti normodotati, non sembrano molto consapevoli, né tantomeno partecipi di questi problemi. Anch’essi vivono una situazione di fragilità e di insicurezza educativa molto accentuata e spesso non sanno bene come porsi nei confronti della scuola e soprattutto degli insegnanti.



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